lunedì 18 maggio 2009

L'impegno politico delle nuove generazioni

Con la fine del Novecento la politica è profondamente mutata. I sogni del «culto del perfetto» che distinguevano la contestazione utopica della generazione del '68 si sono infranti con la caduta del Muro di Berlino, con l'avvento del fenomeno della globalizzazione generato dalla comunicazione diffusa e dall'innovazione tecnologica della nostra società, con la competizione nel mercato globale delle economie emergenti dei Paesi asiatici e con l'evento drammatico dell'undici settembre che ha introdotto, nel quadro del confronto con l'Islam, problematicità interamente nuove.

L'impegno politico dei giovani di allora aveva nella rivoluzione al sistema la parola del comando della partecipazione politica. Essere giovani politicamente impegnati, nel '68, significava essere protagonisti di un cambiamento della storia secondo i precetti ideologici marxisti-lenisti o maosti che si contrapponevano al modus vivendi della nostra società. Il conflitto generazionale assumeva quindi una connotazione ideologica che si alimentava nella contrapposizione tra la generazione del '68 e la classe dirigente del Paese.

La partecipazione politica nasceva nella contestazione alla società, nell'approccio ideologico che separava idealità da realtà. Al motto «lo Stato piuttosto che il privato» i giovani del '68 occuparono i gangli della cosa pubblica, dalla scuola alla magistratura, alla Pubblica Amministrazione cercando nello Stato lo strumento del cambiamento della società. Ora che sono al governo vivono nel pragmatismo e nell'ambiguità politica di realizzare i sogni di gioventù con la realtà, interamente cambiata, del mondo odierno.
Quella generazione della rivoluzione ora vive nel disimpegno politico di fronte ai drammi del mondo, chiusa negli «ismi» del pacifismo, giustizialismo, egualitarismo, multiculturalismo, approcci che si rivelano astratti nei confronti della realtà del mondo.
Ma il corso della storia scorre nell'imprevedibilità degli eventi, che difficilmente tramutano i sogni di chi crede in «un altro mondo è possibile» in realtà. Le giovani generazioni del mondo nuovo lo sanno bene, poiché i sessantottini hanno vissuto in una società dei privilegi dove la crescita del Paese, grazie al miracolo italiano del dopoguerra, dava loro la possibilità di contestare e sognare avendo libertà di scelta su come organizzare il proprio futuro. Una società, quella del '68, che non aveva ancora conosciuto le problematicità della restrizione dell'offerta di occupazione - dovuta alla competizione nel mercato globale -, dell'immigrazione causata dall'espansione demografica e del confronto con l'Islam.
Oggi l'impegno politico nasce dalla motivazione di affrontare i drammi che il mondo ci riserva nell'adeguare la società italiana al tempo della globalizzazione. Se nell'opinione di molti si ritiene che le giovani generazioni siano disaffezionate alla politica, forse chi ne parla vive ancora del retaggio ideologico delle culture del Novecento. L'impegno politico incentrato nell'approccio ideologico di contestazione al mondo si traduce nella realtà come un disimpegno dalle esigenze della propria vita quotidiana e dalla storia del mondo. La sinistra, affetta ancora dal giovanilismo, ritiene che la partecipazione politica delle nuove generazioni sia ancora incentrata sull'idolatria di simboli e falsi miti che la nostra quotidianità condanna come astrazioni semplicistiche. Ma che senso ha tingersi dei colori dell'arcobaleno inneggiando ad un cieco pacifismo senza avere il coraggio del confronto con la realtà dei drammi? Che senso ha pensare ancora Cuba come l'isola del sogno di una rivoluzione che ha trasformato il castrismo in una dinastia dittatoriale come nella comunista Corea del Nord? Che senso ha volere aprioristicamente l'impiego a tempo indeterminato senza avere la consapevolezza delle sfide che il mercato mondiale ci riserva? I giovani di oggi vivono la tensione di potersi organizzare un futuro in una società che sta cambiando. Le istanze della quotidianità sono più importanti degli approcci universalistici astratti della sinistra.

La disaffezione alla politica delle giovani generazioni è il rifiuto dell'approccio ideologico alla realtà. Vivere di pane ed ideologia significherebbe regalare il proprio futuro alle maglie clientelari della sinistra, che nella fusione tra economia e politica vuole il controllo sociale gestendo la libertà di potersi organizzare un proprio futuro. La realtà impone scelte concrete, che possano garantire opportunità ad una generazione che cresce in una società che cambia. Le categorie del pensiero novecentesco non bastano più a risolvere i problemi della quotidianità. Oggi viviamo in una società più libera che pone al singolo una maggiore responsabilizzazione delle scelte della propria vita, poiché i punti di riferimento sociali e culturali che la generazione del '68 possedeva, ora non ci sono più.

L'azione politica libera e liberale che Berlusconi incarna dal '94 coglie il senso di quelle istanze che le nuove generazioni di Internet e dei telefonini vivono nel quotidiano. Le esigenze private si fondono nell'interesse pubblico quando vi è la minaccia di essere toccati nella sfera della propria libertà. Per tale motivo l'approccio dei giovani con la politica vive una partecipazione profonda quando vengono limitate le opportunità di scelta del proprio futuro. Dopo i primi provvedimenti del governo Prodi, con le false liberalizzazioni che celano la volontà di un controllo sociale, si accresce la motivazione politica di quei giovani che non sono disposti a dare deleghe in bianco ad un governo di sinistra che limiti la loro libertà. Essere figli del nostro tempo significa affrontare nella realtà quotidiana le nuove problematiche che la realtà ci riserva. Ed il confronto con l'Islam rispolvera quel conflitto secolare che dopo la fine della Guerra fredda ritorna in auge e che la generazione del'68 ha contribuito a cancellarne la memoria storica attraverso l'occupazione della scuola, generando un senso di colpa dell'Occidente che oggi si traduce nella perdita della nostra identità.
Se si vuole identificare una delle cause della disaffezione dei giovani alla politica si deve contestare il lento processo di svilimento dei nostri valori, della nostra identità che la cultura dominante di sinistra ha prodotto. Oggi l'impegno politico virtuoso delle nuove generazioni segue la strada dell'adeguamento del nostro Paese alla realtà globale, conscio delle drammaticità che la competizione nel mercato globale produce con la delocalizzazione delle imprese e consapevole del confronto con l'Islam, che implica una difesa della nostra società nei confronti dell'immigrazione e del terrorismo. Tutti problemi che ci toccano da vicino. Scegliere l'approccio di una politica idelogica emarginerebbe le nuove generazioni nel giovanilismo politico di un conflitto generazionale che la sinistra cerca volendo restaurare quella società dei privilegi di matrice sessantottina che viveva di pane ed ideologia. Ma oggi sognare non basta per vivere. Ed in una società che cambia le generazioni debbono essere tra loro solidali affinchè il futuro non offra il senso dell'ignoto di una tendina nera.

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